Incidenti e traumi da sci

Articolo scritto dal Prof. Paolo Maraton Mossa
Direttore Centro Chirurgia del Piede Milano

Tutti gli sport si dividono fondamentalmente in due grandi categorie: la prima è quella in cui possiamo radunare tutti gli sport che valorizzano, perfezionano e utilizzano la prestanza fisico-psichica del soggetto, al fine di ottenere i migliori risultati (tra questi, l’atletica occupa il primo posto); la seconda è quella categoria di sport derivati dal fatto che l’uomo, per un proprio piacere, cerca di inserirsi in un contesto ecologico che gli è gradito, al fine di trarre piacere e di svolgere, nel contempo, un’attività fisica (nuoto, ippica, gli sport sulla neve o sul ghiaccio, ecc.).
In questa seconda categoria, si inseriscono anche fattori di tipo culturale, che trasformano in sport esigenze di difesa (la scherma, la lotta) o le necessità quotidiane (sollevamento pesi, canottaggio, ecc.).
Questa premessa è fondamentale per distinguere quelle attività fisiche nelle quali bisogna esasperare alcune doti del nostro organismo (muscolatura, tipo di respirazione, ecc.) da altre che, essendo estranee alla natura dell’uomo, richiedono prevalentemente l’inibizione di alcuni atteggiamenti del nostro organismo.
Le prime attività richiedono l’aiuto di un allenatore, mentre le seconde richiedono l’aiuto di un maestro.
Tale differenza è sottile ma fondamentale.
Lo sci, appunto, è uno sport che l’uomo ha inventato per trarre piacere, nonostante sia contro la sua natura, in quanto l’uomo e il suo complicato organismo sono nati per correre e per camminare e non certo per affrontare una discesa di slalom speciale.
La progettazione di uno scarpone è un problema di bioingegneria, mentre la realizzazione di un plantare è un problema prevalentemente medico.
Solamente se lo sciatore avrà un piede in condizioni ottimali, potrà trarre il massimo giovamento dalla sua preparazione psicofisica.
Fino a questo punto ho cercato di spiegare perché lo scarpone è importante: perché permette di utilizzare il piede per una funzione per la quale il piede non è nato, come le pinne per il nuotatore e la staffa per il fantino.

Gli incidenti degli sciatori si dividono fondamentalmente in due grandi categorie: quelli legati al trauma in velocità, qualunque esso sia, e quelli legati all’habitat sfavorevole in cui si agisce.
Alla prima categoria appartengono: fratture ossee e lesioni articolari e legamentose di tutto lo scheletro, dal trauma cranico, alla frattura del bacino, alla frattura degli arti superiori e inferiori.
Questa traumatologia è sempre molto grave e va affrontata con la doverosa competenza, in ambienti dotati di macchinari adeguati a fornire una diagnosi di certezza, al fine di mettere in atto l’adeguato trattamento sia esso chirurgico o conservativo.
Si deve diffidare dai piccoli Centri di Pronto Soccorso sul posto, non sufficientemente garantiti dalla presenza di persone esperte.
È logico pensare che il chirurgo esperto che ha operato tutta la settimana la domenica riposa, proprio come fanno tutte le persone che stanno sciando!
Io consiglio sempre l’immediato trasporto in ambulanza presso il grosso Centro più qualificato.
Altro problema di non minore importanza è quello legato alla presenza della neve, che causa la precarietà della stabilità, favorendo la possibilità di scivolare e cadere.
La lesione di gran lunga più frequente è la distorsione della caviglia.
Non mi stancherò mai di dire che tutte le distorsioni della caviglia vanno accuratamente valutate con estrema diffidenza.
Quasi sempre è presente la lesione di un legamento non riconoscibile da una semplice radiografia!
Tale lesione, se trascurata, renderà la caviglia non più compatibile con l’attività sportiva, anche se compatibile con una vita cittadina.
In Paesi più evoluti del nostro, la chirurgia delle parti molli della caviglia è l’intervento routinariamente più eseguito dagli ortopedici.
Nel nostro Paese, questo atto chirurgico spesso non viene neanche preso in considerazione dal medico che presta il primo soccorso e, quando il paziente giunge finalmente in mani esperte, spesso rifiuta l’intervento per affidarsi alle mani “miracolose” del massaggiatore o della vicina di casa.
In alcune circostanze particolari, come i microtraumi da sfregamento della cute o le compressioni delle ossa indotte dallo scarpone, e legate al freddo, può crearsi un ispessimento doloroso dei tessuti sul lato interno della caviglia e una “strozzatura” del tunnel tarsale (una specie di cavo telefonico che racchiude nervi, tendini e vene). Il piede diventa gonfio per la stasi venosa o freddo per il ridotto afflusso di sangue arterioso. Il dolore si irradia dalla caviglia sia verso le dita che verso la pianta del piede, accompagnato da formicolii e da disturbi della sensibilità.
Anche qui, essendo il problema essenzialmente meccanico, è solo l’intervento chirurgico, con lo sbrigliamento delle parti coinvolte, a risolvere in modo definitivo la situazione, così come avviene per il tunnel carpale al polso.
L’informazione sui possibili danni per ogni tipo di sport dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ogni sportivo.

Prof. Paolo Maraton Mossa
Direttore Centro Chirurgia del Piede Milano
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